Riforma banche popolari: cosa sta succedendo? Ipotesi incostituzionalità e conseguenze, tutto quello che c'è da sapere

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Le banche popolari, oggetto della riforma varata dal Governo Renzi nel gennaio 2015, tornano sotto i riflettori a causa del pronunciamento del Consiglio di Stato che accoglie l’ipotesi di incostituzionalità di alcuni passaggi della legge sollevati dai soci. Ora la palla passa alla Consulta che dovrà analizzare le carte e stabilire se effettivamente la riforma delle banche popolari sia, in qualche modo, contraria alla Carta Costituzionale. Il rischio, come sempre, è che i tempi siano biblici. E intanto il pronunciamento del Consiglio di Stato ha di fatto sospeso la circolare con cui la Banca d’Italia forniva le disposizioni necessarie per dare il via libera alla trasformazione delle banche popolari in Spa, così come imposto dalla riforma.

Il termine ultimo per la trasformazione in Spa è fissato al 27 dicembre: la maggior parte delle popolari coinvolte dalla riforma hanno già avviato il processo di trasformazione, dopo il passaggio in assemblea, ma, per esempio, per la popolare di Sondrio e quella di Bari, che avevano in programma le assemblee proprio in questi giorni, adesso si apre un quadro di forte incertezza. Arrivare al 2017 senza aver tenuto fede alle disposizioni della riforma potrebbe significare la decadenza della licenza bancaria. Non solo. Il pronunciamento del Consiglio di Stato si focalizza su un nodo delicato: il rimborso legato al diritto di recesso previsto per i soci che vogliono scendere dalla nave prima della trasformazione in Spa. La riforma prevede, in alcuni casi particolari, la possibilità di negare ai soci il rimborso, elemento che potrebbe essere dichiarato incostituzionale aprendo la strada ai ricorsi di coloro che sono già andati via a mani vuote.

La riforma delle banche popolari

All’alba del 2015, il governo Renzi ha varato il decreto legge per la riforma delle banche popolari, contenuto nell’Investment compact. La riforma obbliga le banche popolari con attivo superiore a 8 miliardi alla trasformazione in Spa entro 18 mesi dall’entrata in vigore della legge.

L’obiettivo è di ridurre il numero delle banche, aumentarne la redditività e l’efficienza, facendo anche un favore all’economia reale. Tale trasformazione implica che le banche popolari che rientrano nel perimetro della riforma debbano abbandonare il principio del voto capitario (una testa, un voto), tipico della forma cooperativa, e diventare a tutti gli effetti una società per azioni e in quanto tale scalabile.

La riforma riguarda dieci delle settanta banche appartenenti al sistema delle banche popolari: Banco Popolare, Ubi Banca, Banca Popolare dell’Emilia Romagna (BPER), Banca Popolare di Milano (BPM), Banca Popolare di Vicenza, Vento Banca, Banca popolare di Sondrio, Credito Valtellinese (Creval), Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Banca Popolare di Bari.

La riforma delle popolari e il Consiglio di Stato

I sospetti che la la riforma delle popolari potesse essere incostituzionale, in realtà, ci sono stati fin dalla sua nascita. Alcuni partiti di opposizione, sostenuti dall’opinione di noti costituzionalisti, come l'ex-magistrato Ferdinando Imposimato, già all’indomani dell’approvazione sostenevano la contrarietà della riforma alla Carta costituzionale.

Mentre le banche popolari iniziavano il percorso verso la trasformazione in Spa, alcuni piccoli soci hanno presentato due ricorsi al Consiglio di Stato, accolti con il pronunciamento del 2 dicembre. In queste ore però, sono uscite anche le motivazione della decisione che fanno ulteriore luce sulle ragione del CDS.

Riassumendo, le motivazione sono tre: manca il profilo di “urgenza” necessario per l’utilizzo di un decreto legge come strumento legislativo per approvare la riforma delle banche popolari; non è lecito dare alla banca la facoltà di escludere del tutto il diritto di rimborso in caso di recesso; né che Bankitalia abbia il potere di determinare le modalitàcon le quali si regolamenta questa esclusione del diritto di recesso.

Il recesso è un diritto che l’ordinamento italiano riconosce ai consumatori insoddisfatti, ma anche ad azionisti e soci di una banca. Se io compro azioni di una banca che ha determinate caratteristiche e poi il CDA delibera delle variazioni sostanziali della natura della società, la legge impone che la banca mi offra la possibilità di uscire dall’azionariato, se non sono d’accordo con i cambiamenti in vista. I termini del recesso sono stabiliti nel prezzo medio di borsa dei sei mesi precedenti.

Fatta la dovuta precisazione torniamo alla riforma. Il Consiglio di Stato contesta al Governo l’utilizzo del decreto legge che, secondo l'articolo 77 della Costituzione, dovrebbe servire soltanto per il varo di misure “urgenti e inderogabili”. E soprattutto la possibilità offerta alle banche di limitare o negare il diritto di recesso a coloro che vogliono uscire dalla banca in vista della trasformazione in Spa.

L’ordinanza del Consiglio di Stato infatti, ha sospeso le disposizioni di Bankitalia nella parte in cui dava questa possibilità alle popolari, aggirando le regole sul recesso e facendo un danno agli azionisti. Infine il Consiglio contesta anche le disposizioni di Bankitalia che vieta la costituzione di una holding coop per il controllo delle banche popolari.

Ora la parola passa alla Corte costituzionale, che dovrà dare un giudizio definitivo sulla questione. L’esito secondo i legali non è affatto scontato e potrebbe aprire scenari caotici per le banche popolari. La questione legata alla scelta del decreto legge (anche senza “urgenza”) potrebbe essere considerata sanata dal fatto che il Parlamento ha convertito quel decreto in legge. Resta aperto però, fronte del diritto di recesso.Se la Consulta bocciasse la riforma delle banche popolari “gli effetti – secondo uno dei legali dei ricorrenti, Luis Corea – sarebbero dirompenti non solo perché si innescherebbero inevitabili istanze risarcitorie, ma anche perché una decisione di questo tipo certificherebbe che sulla trasformazione in Spa, che di per sé non è un atto illegittimo, ha pesato un obbligo e la volontà dell’assemblea è stata in parte coartata. E questo potrebbe avere effetti più ampi”.

Le conseguenze sulle banche popolari

Il pronunciamento della Consulta apre scenari di profonda incertezza. C’è però da dire che è molto improbabile che si arrivi a decretare il ritorno delle banche popolari trasformate in Spa alla forma cooperativa. In primis perché in molti casi sono scaduti i termini per impugnare le assemblee che hanno dato il via libera alla trasformazione, e poi in senso più pragmatico perché la riforma è necessaria. Chiesta dell’Unione europea per rafforzare il sistema delle banche popolari e mettere ordine in un quadro troppo caotico, il governo troverà comunque il modo di sanare le eventuali irregolarità emerse dal pronunciamento della Consulta, di fatto, blindando la riforma e i suoi effetti.

Altra storia è la questione dei diritti di recesso. Sul fronte i pareri degli osservatori sono contrastanti: da una parte c’è chi sostiene l’impossibilità di chiedere risarcimenti o rimborsi per i soci delle popolari che hanno fatto la trasformazione perché anche in caso di bocciatura della norma da parte della Consulta non ci sarebbe l’elemento della retroattività; dall’altra parte invece, c’è anche chi prevede l’apertura di cause e la richiesta di rimborsi milionari da parte degli ex soci andati via a mani vuote (o quasi).

Queste sono le conseguenze sul medio-lungo periodo, nell’immediato invece, la patata bollente è nelle mani della popolari di Bari e di Sondrio che avevano in programma proprio in questi giorni le assemblee per votare la trasformazione.

La popolare di Bari ha rinviato l’assemblea (prevista per l’11 dicembre) al 27 dicembre, mentre quella di Sondrio ha mantenuto la convocazione prevista per sabato 17, presentando però al Consiglio di Stato una istanza urgente perchè sia sospesa l'intera riforma delle banche popolari e quindi anche l’obbligo di trasformazione entro il 27 dicembre (pena la decadenza della licenza bancaria).

Per la banca di Sondrio in realtà non c’è un problema legato al recesso perché ha fissato un prezzo intorno ai 2,5 euro per azione, cioè sotto il corso azionario, rendendo poco conveniente l'uscita. Ma il timore della banca è che i soci possano impugnare la delibera dell’assemblea perché il Consiglio di Stato ha sospeso anche il divieto di poter controllare la spa con una holding possibilità che potrebbe non dispiacere ai soci. Le prossime ore saranno decisive.

Se il Consiglio di Stato deciderà di sospendere, in via cautelare, l’intera riforma, probabilmente tutta la vicenda resterà sospesa fino al pronunciamento definitivo della Consulta, altrimenti le popolari ancora in ballo dovranno procedere a tentoni. 

Authors: InvestireOggi.it

Leggi originale su: http://it.ibtimes.com/riforma-banche-popolari-cosa-sta-succedendo-ipotesi-incostituzionalita-e-conseguenze-tutto-quello

 

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