Italians abroad: «Abbiamo fatto tremila chilometri per avere una vita normale»

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È a Laura, a Gigi, a Giusy e a tanti altri amici sparsi per il mondo che penso mentre guardo Emergency Exit – Storie di giovani italiani all’estero, il documentario di Brunella Fili, giovane regista pugliese, sulla vita di alcuni connazionali che hanno deciso di darsi una nuova opportunità al di fuori dei confini del proprio paese. Anche i miei amici, laureati e qualificati, come gli intervistati nel video, prima di andare a Nottingham, a Dublino, a Marsiglia, hanno lavorato in Italia diversi anni, accettando spesso incarichi mal pagati e precari. Ci hanno provato a rimanere, ma non ci sono riusciti. A qualcuno di loro, appena fuori dai confini, è successo invece, in poco tempo e senza l’appoggio di amici o parenti, di vedersi affidare ruoli di responsabilità inimmaginabili a casa propria.

Come accade a Patrizia Pierazzo, laureata in archeologia, che dopo due anni passati a fare la commessa in un negozio a Venezia si trasferisce a Londra e viene assunta come ricercatrice di archeologia urbana al Museum of London. Dopo un breve stage, un contratto a tempo indeterminato ha reso Patrizia, a 33 anni, senior archaeologist di uno dei musei più prestigiosi di Londra, posizione che in Italia sarebbe considerata eccezionale.

Questo non significa che all’estero sia per tutti facile trovare un lavoro adeguato, ma possibile, quello sì. Lo spiega bene, nel video, Giuseppe, giovane pugliese che lavora oggi come sales manager per un’azienda italiana a Bruxelles. La scelta di rimanere in Italia o di andarsene si basa su tre elementi: la competenza, la determinazione e l’opportunità. «In Italia riesci ad avere le prime due, ma ti mancherà sempre l’ultima: l’opportunità, quella proprio non c’è.» "Italiani sul prato a Bergen", foto di Arne Halvorsen “Italiani sul prato a Bergen”, foto di Arne Halvorsen

Esistenze in fuga

Le espressioni con cui l’esodo di migliaia di persone dall’Italia viene definito la dice lunga sull’incapacità che spesso abbiamo di cogliere fenomeni complessi in corso: “fuga dei cervelli”, “dei talenti” o “delle braccia”. Come se il motivo che fa muovere ogni anno moltissimi connazionali si limitasse solo a un “pezzo” della vita di una generazione, e non riguardasse invece la qualità intera del soggiornare in Italia: studiare, trovare casa, viaggiare, metter su famiglia, educare i propri figli.

Vivere, in sintesi, una vita “normale”. È per realizzare tutto ciò che fuggono i giovani (e meno giovani) italiani. In “Emergency Exit” Marco, studente siciliano, vende pesce al mercato di Bergen, in Norvegia. Non è il tipo di lavoro che avrebbe sognato nella vita, ma viene pagato bene, e si dice felice di vivere in un paese «in cui c’è un rapporto diretto tra quello che sai fare e quello che fai». Martina, romana trapiantata nella stessa città norvegese con il marito Walter, riassume in poche lapidarie battute il senso della loro fuga dall’Italia, «abbiamo fatto tremila chilometri per avere una vita normale».

Londra, la “sesta città italiana”, come l’ha definita il sindaco Boris Johnson, è satura di italiani; si parla di circa 90mila arrivi da Roma, Milano, Torino, Napoli negli ultimi 2 anni. Giovani con o senza famiglia, più o meno titolati, hanno deciso di vivere una delle città più care al mondo, dove lavorano come ingegneri, giornalisti, camerieri, informatici, parrucchieri o broker.

Caterina Soffici, autrice di Italia yes, Italia no, racconta la sua esperienza nella città britannica: «Sei seduto in metropolitana, con tutti questi inglesi educati e silenziosi, immersi nelle loro letture, e ti chiedi: che ci faccio qui? Perché ce ne siamo venuti via? Perché a Londra si vive peggio, ma si sta meglio. Londra non è meglio dell’Italia, ma è un posto normale. È l’Italia a non esserlo più». Sono queste variazioni intorno al concetto di “normalità” che racconta il docu-trip di Brunella Fili, che sta ricevendo molti riconoscimenti in festival e mostre di cinema, e presto sarà disponibile anche in versione web a episodi. La serie web arricchirà la rassegna di ritratti di una emigrazione che ha caratteri simili e in parte diversi da tutte quelle che l’hanno preceduta, con un occhio particolare per la Puglia, dove Brunella Fili ha potuto tornare e fondare una casa di produzione “Officinema Doc” insieme all’amica Lucia Crollo, mostrando ai propri connazionali, fuori e dentro l’Italia, che è giunto il momento di prendere la parola su un fenomeno allarmante.

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Authors: Sambieuropei.it

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